L'ARTE DELL'ORNAMENTO- Monili e Gioielli - Viaggio nel tempo - 1.2 Inizia l’età dell’oro - (Egiziani, Sumeri, Etruschi, Greci e Romani, la Dama di Elche e gli Ori di Finziade)

 


L'ARTE DELL'ORNAMENTO- Monili e Gioielli-anno 2018

DALLA MIA TESI DI LAUREA  AA 2017/ 2018

PRESSO ACCADEMIA DI BELLE ARTI MICHELANGELO AG


1.2 Inizia l'età dell'oro 

(TECNICHE: dall'egitto il cloisonné e tra le civiltà del mediterrano la granulazione, lo sbalzo, lo stampo, la matrice e la filigrana )


Egitto
Egitto, durante la quarta dinastia (2500 a.C.), venivano prodotti ricchissimi collari realizzati con la raffinata tecnica a “cloisonné”.

La tecnica cloisonné
La tecnica “cloisonné”, consiste nella creazione di un alveolo sul supporto del metallo prezioso, in cui venivano incastonate paste vitree o pietre preziose, un tipo di lavorazione che presupponeva una certa abilità e una raffinata tecnica, caratteristica che non potevano possedere popolazioni piuttosto semplici.

dall'enciclopedia treccani.it
cloisonné: Tecnica della decorazione a smalto. Consiste nel creare, mediante sottili nastri d'oro, argento o rame, saldati al metallo di fondo, compartimenti ( cloisons) da riempire con materiale vetrificabile.





Corazza cloisonne del dio Horus, dalla tomba di Tutankhamon. XVIII dinastia. 


La loro lucentezza era riservata solo agli dei e ai faraoni; infatti i gioielli servivano ai sovrani per evidenziare maggiormente il loro legame con le divinità, rendere più evidente la natura divina. 
Nelle stesse rappresentazioni murarie, i gioielli sono sempre utilizzati come attributi distintivi dei potenti faraoni.

In più, le pietre venivano poste in relazione alle stelle e spesso era attribuito a metalli come l’oro o a metalli litici ritenuti rari, il significato dell’immortalità. Questo spiega perché nei corredi funerari di personaggi aristocratici compaiano gioielli.

In riferimento ai materiali utilizzati, ritenuti rari e potenti, riporto un articolo curioso tratto da “Focus” riguardo Il ritrovamento di un antico gioiello egizio ricavato da un meteorite.

Un gioiello "spaziale", e non solo per via della sua bellezza: una collana egizia risalente a 5300 anni fa e rinvenuta all'interno di una tomba è stata realizzata con il ferro di un meteorite caduto sulla Terra almeno 3300 anni prima di Cristo, come rivela uno studio britannico.

Grazie agli studi di Diane Johnson della Open University di Milton Keynes (Inghilterra) si è potuto stabilire che questi gioielli sono stati ricavati da un meteorite.

Infatti, le perle presentano bassi livelli di nickel all'esterno ed alti all'interno. Inoltre, i gioielli presentano una struttura dei cristalli molto riconoscibile, intricati disegni di lamelle che appaiono scaldando la roccia, noti come "figure di Widmanstätten", e tipici dei meteoriti.

L'origine delle collanine quindi, sarebbe davvero celeste.
Particolare delle perle realizzate con ferro di meteorite.


Il ferro era considerato dagli Egizi un materiale divino, simbolo di regalità e potere. Metterlo nella tomba del defunto avrebbe garantito al caro estinto una sorta di "priorità" nel passaggio all'aldilà.




1.4 Sumeri, etruschi, greci e romani 
Come gli Egizi, anche i Sumeri e a seguire gli Etruschi (VII-VIsecolo a.C.), godono di un importante fama riguardo al lavorazione dei metalli e gioielli, è a loro che si deve la tecnica di della “granulazione” iniziata 3000 anni a.C. Si tratta di ornamenti costituiti da piccolissime sfere saldate in modo invisibile sulla superficie dell’oggetto.





La preparazione dei granuli avviene attraverso la fusione di sezioni più o meno grandi ricavate da un filo o ritagliate da una lastrina d’oro. Su di un supporto piano di carbone si dispongono i ritagli e si rivolge su di essi la fiamma di un cannello a bocca: per azione della gravità i pezzetti si trasformeranno in granuli perfettamente sferici.

Una tecnica ampliamente usata anche durante l’età classica (461-336 a.C.) ed ellenistica (323 a.C. ed il 31 a.C).

Un esempio di cura nei dettagli e ricchezza negli ornamenti di questo periodo, ci viene riportato dalla scultura in pietra ritrovata a Elche (spagna) nel 1897, conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Madrid, la cui attribuzione oscilla tra la civiltà greca, quella fenicia, punica o iberica.

Si tratta della “Dama di Elche”

E’ la rappresentazione in pietra di un mezzo busto femminile con enormi orecchini e una collana piuttosto vistosa, finemente lavorata e ricca di particolari. Può essere attribuita ad una rappresentazione della divinità o quello funerario.




1.5 Gli Ori di Finziade


  Essendo giunti al periodo ellenistico, 
è doveroso da parte mia, in quanto agrigentina, presentare:
“Gli Ori di Finziade”.

DA UNA PUBBLICAZIONE DEL © 2013. Regione Siciliana - Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana – “Gli Ori di Finziade”- “ Nuovi dati per la storia di una città della Sicilia di età ellenistica” - a cura di: Armida De Miro

Si tratta dei rinvenimenti di un gruppo di gioielli in oro provenienti dal crollo del piano superiore di un abitazione della antica città di “Finizade” l’ attuale Licata. 
Insieme, fu rinvenuto un tesoretto costituito da oltre quattrocento monete d’argento romane della fine del III secolo a.C.

Questo ritrovamento, offre spunto per ripercorrere la vicenda storica della città di Finziade, l’ultima fondazione greca di Sicilia.

L'uso di monili in oro nell'ornamento personale è documentato nell'Italia meridionale e in Sicilia sia in ambito indigeno che coloniale da contesti per lo più funerari, sin dall'età alto arcaica.

In età ellenistica nell'Italia meridionale le botteghe orafe tarantine rivestirono certamente un ruolo determinante nella produzione e circolazione di gioielli, così come in Sicilia Siracusa costituisce un polo importante nell'acquisizione, produzione e diffusione di tale tipologia di manufatti presso le classi dominanti isolane.

Dall'insieme di tale documentazione si discostano gli ori di Licata, privi di confronti, per stile e tipologia; analogamente essi solo marginalmente possono richiamare la ricca produzione coeva (III secolo a.C.) di oreficerie della Magna Grecia, in particolare di Taranto.

Il complesso di ori fu rinvenuto nel 1998, insieme ad un tesoretto di oltre 400 monete romano-repubblicane, all’interno del vano 7 della casa 1. Era stato nascosto, forse murato all’ interno di una delle pareti del sovrastante locale del piano superiore, il cui crollo, all’interno del vano 7, era costituito da un ammasso di mattoni crudi decomposti.

E’ costituito da un bracciale a nastro, da una coppia di bracciali a verga mobile, da un anello con castone in granato ed, infine, da un raro esemplare di sakkos con medaglione collegato ad una catena mobile entro la quale si raccoglieva lo chignon.


I Bracciali in lamina d’oro su supporto in bronzo 
Tipo A: unica verga con costolatura centrale. Non si esclude che l’esemplare licatese, non del tutto conservato, potesse presentare in origine terminazioni configurate a testa di animale. 

Tipo B: coppia di bracciali del tipo articolato, ciascuna costituita da due mezze verghe mobili, caratterizzate da identità di motivi decorativi, collegate da catenelle e agganci e con terminazioni configurate a protomi di animale: un leone nel bracciale 2; forse una lince, data la particolare resa del pelo (identificazione incerta), nel bracciale 1. 
La tipologia del bracciale articolato non pare documentata in Sicilia ed è, di fatto, assente anche nei contesti magnogreci, salvo l’incerta attribuzione tarantina di un esemplare, confrontabile con i nostri, presso una collezione privata tedesca. 











Anello con castone 
Appartiene ad una tipologia attestata in periodo ellenistico tra le oreficerie tarantine e magnogreche, sebbene di probabile derivazione alessandrina (Alessandria d’Egitto); presenta un disco appiattito impreziosito da un castone centrale, costituito da un granato. 




Sakkos 
È certamente il pezzo di maggiore pregio; si tratta della trasposizione in materiale prezioso di un elemento della toletta femminile, utilizzato per trattenere i capelli raccolti in uno chignon, secondo la moda ellenistica; è impreziosito da un medaglione dal quale si diparte una reticella mobile. 

Il tondo centrale, applicato al medaglione, reca a rilievo una testa di Medusa la cui massa scomposta dei capelli presenta una stilizzazione a serpentelli. 
L’eccezionalità del monile, oltre che nella qualità artistica, risiede nella rarità dell’oggetto, appartenente ad una tipologia di manufatti, caratterizzata dalla presenza della catena, nota, principalmente, da rinvenimenti della Grecia del Nord, dove avrebbe avuto origine il tipo. 
La presenza di esemplari con analoga funzione, ma di una tipologia alquanto diversa per la rigidità della catena o degli elementi che dovevano avvolgere e trattenere la massa dei capelli, oltre che da un esemplare di provenienza tarantina, ma d’importazione, è documentata in Egitto.




I nostri gioielli, bracciali e sakkos in particolare, solo marginalmente possono richiamare la ricca produzione coeva (III secolo a.C.) di oreficerie della Magna Grecia: sono, infatti, prodotti di importazione, realizzati in botteghe artigiane di elevato livello, forse di Alessandra Egitto, per la ricca committenza siracusana del III secolo a.C. 


TECNICA 

Dal massello alla lamina 
Nell’antichità, da una massa d’oro per battitura o martellatura si realizzavano sottilissime lamine
La tecnica più utilizzata è quella del “pacchetto di pelle” e consisteva nel porre i ritagli di lamina d’oro tra strati di pelle di vitello per essere, in varie fasi, ripetutamente battuti con uno speciale martello. 

Nei bracciali di Licata una sottile lamina d’oro costituisce il rivestimento di una verga in bronzo, il bracciale vero e proprio, sul quale la foglia d’oro era stata ribattuta. 

Dalla lamina al gioiello 
Una volta ottenuta la lamina le tecniche orafe utilizzavano metodi diversi per la manifattura dei gioielli, come lo sbalzo, lo stampo e la matrice. 

I gioielli di Licata sono caratterizzati da raffinatezza dei motivi decorativi a rilievo e in filigrana.

Sono realizzati mediante giustapposizione di elementi diversi ottenuti lavorando sottili lamine d’oro : nei bracciali le protomi e i cilindretti di collegamento alla verga, sono separatamente realizzati, così come nel sakkos il tondo centrale,con rilevo a sbalzo, saldato al medaglione. 





Inoltre, nei due bracciali le terminazioni configurate sono diversamente realizzate: 
nel bracciale 1, infatti, la protome è costituita da due valve, poi saldate al centro; 
nel bracciale 2, invece, la maschera facciale della testa leonina è composta da un’unica lamina. 

I materiali di riempimento 
L’utilizzo di materiali duttili in oggetti d’oro consentiva, durante la lavorazione, di evitare che la lamina si rovinasse sotto i colpi del punzone e, inoltre, che con l’utilizzo potesse deformarsi o schiacciarsi.

Una tale pratica è documentata nel sakkos: il medaglione, infatti, presenta sul retro una piccola apertura – non sappiamo quando realizzata - che lascia intravedere nel cavo una massa di materiale minerale, probabilmente zolfo, atta ad impedire la deformazione del tondo a rilievo. 

La saldatura 
L’uso della saldatura rendeva possibile la giunzione degli elementi, anche molto piccoli, che costituivano le varie parti di un gioiello. 
Nei bracciali, la linea di saldatura della lamina d’oro della verga è percepibile lungo il cavo interno, mentre sulla terminazione configurata del bracciale 1, corre al centro delle due valve che costituiscono la protome. 
Nel sakkos, il tondo con testa di Medusa è inserito nel medaglione e ben visibili appaiono i punti di saldatura tra questo e il filo godronato che lo circonda. 

La filigrana 
L’utilizzo di sottili fili d’oro consentiva di realizzare motivi decorativi assai raffinati e complessi su oggetti in metallo prezioso. 
 fili erano ottenuti con la tecnica della torcitura, la più diffusa nell’antichità. 
Strisce d’oro erano ritorte in modo da ottenere un sottilissimo filo che veniva premuto tra due lastre lisce di materiale duro e fatto rotolare avanti e indietro. 
Sul sakkos sono realizzati in filigrana la profilatura del motivo a goccia, la decorazione cuoriforme a doppio filo ritorto, i cerchi lisci o godronati che inquadrano i vari motivi ornamentali. 
Sui bracciali una raffinata decorazione in filigrana impreziosisce la parte superiore dei cilindretti di collegamento tra verga e protome.


Commenti